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Politica
17 marzo 2010
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Promettete di cambiare sistema
«Ricordati che lì ti ho messo io», dice l’esasperato Berlusconi a Giancarlo Innocenzi, commissario dell’Agcom a 398 mila euro all’anno.
Siamo sicuri al mille per cento che Prodi una frase del genere non l’avrà mai pronunciata, in tutta la sua vita di uomo di potere.
Forse neanche pensata. Eppure anche Prodi, quattro anni da presidente del consiglio e molti di più da leader politico, «ha messo lì» tanta gente. Dove per lì si intende non solo la medesima Agcom, ma le altre Autorità cosiddette indipendenti, consigli d’amministrazione pubblici a cominciare da quello Rai, direzioni di telegiornali, direzioni generali, istituzioni finanziarie.
Questo dice qualcosa sulla differenza fra i due uomini che si sono contesi l’Italia per un quindicennio, ma dice molto sulle disfunzioni di un sistema già malato, che ora però il bipolarismo all’italiana rischia di trascinare con sé nel discredito.
Non vale come consolazione la constatazione che neppure Berlusconi, nel suo delirio di onnipotenza, riesce ad avere tutto.
In definitiva, esce fuori che Innocenzi e Masi nulla possono per fermare la Dandini o Santoro. E che se una bell’anima radicale non avesse dato fondo alla propria ingenuità, noi oggi avremmo i temibili conduttori a menare la danza elettorale in tv. Questo però non per il rigore morale di qualcuno, bensì perché tutti i poteri sono deboli in sé ma abbastanza forti da paralizzarsi reciprocamente.
Nel frastuono di indignazione e scandalo, non si ascolta in questi giorni la voce di un leader politico che dica: quando governerò io, il sistema cambierà. I partiti toglieranno le mani dalle Authority, dalla Rai, dal Csm, da ogni possibile organismo di controllo e garanzia. Cambieranno i criteri di nomina, la durata dei mandati, i poteri effettivi. Una ritirata generale e sotto gli occhi di tutti.
Non è materia da elezioni regionali, certo. Presto però ci saranno da prendere impegni per il governo del paese: qualcuno per favore si faccia un appunto.

(da Europa)

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Diario
16 marzo 2010
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Visto dall'alto
Visto da quassù, tutto è relativo. Perfino Berlusconi, Innocenzi e i giudici di Trani.

saslong da montepana
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Politica
12 marzo 2010
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Come al solito, voteremo sulla tv
Maledetta televisione. Tiranna, invadente, egocentrica. Non ricordiamo una sola campagna elettorale della Seconda repubblica nella quale il principale oggetto dello scontro non sia stata lei. Nelle sue multiformi versioni: creatrice del consenso berlusconiano e nido della resistenza antiberlusconiana, bara del pluralismo e paradiso della par condicio, sogno di escort e culla di candidature glamour, patria di giornalisti velinari, comici irridenti e primedonne censurate.
Bersani si scordi dell’agenda sociale, Berlusconi lasci stare i risultati del governo, non si affannino a far proposte Bonino, Vendola, Formigoni. La campagna elettorale fin qui era tutta su Santoro e Floris oscurati, oggi si sposta sul Tg1 zerbino di palazzo Grazioli, domani torneranno i talk-show (e vedrete come saprà usarli il Cavaliere), la sentenza del Tar è salutata come la presa del Palazzo d’Inverno e c’è perfino chi chiede il recupero di tutte le puntate perdute.
Le elezioni non sono più una chiamata per i cittadini, sono uno spettacolo sul quale costruire il format giusto. E se il format del momento esige nel copione le frasi smozzicate delle intercettazioni telefoniche, nessuno stupore se le raccomandazioni di Berlusconi a Minzolini balzano al centro dell’agenda elettorale.
Noi non avevamo bisogno dello zelo dei giudici di Trani per sapere fra premier e giornalista chi è lo squalo e chi il tonno. Adesso in più abbiamo un dettaglio sulla tempistica: 24 ore fra  “suggerimento” ed esecuzione.
Potevamo risparmiarcelo, invece nulla ci sarà risparmiato. La galleria delle vittime di sinistra essendo al completo, adesso anche il Pdl ha il suo telemartire da coccolare contro toghe bulimiche e spioni telefonici, con la non piccola differenza che i mitici conduttori sono (ancora per poco) privi di microfono mentre Minzolini può godere dell’effimera onnipotenza del prime-time.
Stia attento Bersani, in piazza del Popolo: da lui ci si aspettano parole di fuoco sulla Rai, per Floris e contro il Tg1, pari almeno a quelle di Di Pietro. Sulla disoccupazione non si sprechi, basterà un breve accenno.

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Politica
9 marzo 2010
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Ma si arriva così al 2013?
Accade di tutto nel centrodestra, dietro il polverone dello scontro sulle liste comunque vada a finire la vicenda.
E se c’era chi prevedeva per il dopo-regionali seri problemi in seno al governo, a quanto pare i problemi non aspettano né che le urne si aprano, né che si chiudano. Uno dei tormentoni del consiglio dei ministri – la rivalità Tremonti-Scajola – paralizza da settimane il decreto sviluppo, cioè la manovra che avrebbe dovuto sostenere la ripresa di interi settori produttivi. Troppi pochi soldi, e per metterli dove: deve intervenire Berlusconi in persona altrimenti non se ne fa nulla.
Altrettanto se non peggio in parlamento (che ieri ha salutato con una salva di fischi l’esordio del neo-sottosegretario Santanché: erano fischi di destra). Soprattutto alla camera la maggioranza non è più tale. Era già successo su altri decreti (sempre decreti...) come Protezione civile e Milleproroghe, è di nuovo accaduto ieri: basta una presenza normale delle opposizioni in aula per spedire il governo in minoranza e costringerlo a trattare.
Non passa giorno senza che su qualche giornale spunti, sempre meno timido, un esponente del centrodestra che lamenta le assenze di Berlusconi, il venir meno della sua leadership diretta, l’impossibilità di portare a casa alcunché senza l’arbitrato dell’unico leader indiscusso. Ma, come scriveva Galli della Loggia, Berlusconi non è più interessato a governare e dirimere le questioni, se mai lo è stato. Vuole solo «vincere», come ha ripetuto anche ieri ai suoi fedelissimi (c’erano anche la Polverini e il solito Alemanno, ormai ex sindaco di Roma tornato attivista della destra a tempo pieno: non che la città ne senta la mancanza).
L’asticella della vittoria il 28 marzo è sempre più alta e difficile da valicare, i sondaggi pubblicati anche dai fogli di destra non aiutano e casomai deprimono.
Il che, solita avvertenza, non vuol dire nulla per il futuro: nessun collasso, solo una ripetuta serie di convulsioni. Ma che una legislatura così inutile e amara possa davvero durare fino al 2013, questo risulta sempre più difficile da credere.

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Politica
8 marzo 2010
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Ora basta, salviamo queste elezioni
È l’esito più logico, anche se per renderlo definitivo ci sarà bisogno di altre convulsioni para-giudiziarie, ricorsi, appelli, proteste e manifestazioni.
Roberto Formigoni corre al completo in Lombardia, Renata Polverini corre nel Lazio con tutte le sue liste, tranne una che era davvero troppo pasticciata per essere recuperabile.
Era lo scenario più aderente alla logica e alla realtà dei fatti già venerdì scorso, nelle ore convulse durante le quali palazzo Chigi e Quirinale davano vita a un drammatico braccio di ferro. Terminato con quella che sembrava una vittoria di Berlusconi e una grave ragione di imbarazzo per Napolitano. E che dopo la sentenza del Tar di ieri sera ci appare semplicemente (ma non è poco) come una ferita arrecata inutilmente alla prassi e alla lettera della nostra Costituzione.
La settimana che sembrava destinata a essere quella della rabbia infuocata del centrosinistra sarà invece l’opposto: la settimana della delusione e della furia berlusconiana, e di ogni possibile ulteriore escamotage. Quel decreto terribile – tutti lo sapevano, fin da venerdì – non doveva servire a Formigoni (e infatti non gli è servito) ma solo allo scalcinato Pdl romano.
Fallito il tentativo – e dopo una simile forzatura e torsione col Colle – che cos’altro tenterà Berlusconi?

L’incredibile garbuglio legale che si apre dopo l’ordinanza del Tar di ieri è la controprova di quanto sia stata folle la forzatura del decreto “interpretativo”. Tra corti d’appello, tribunali amministrativi e consigli di stato, anche gli avvocati perdono il conto di quali corti siano ora chiamate a pronunciarsi.
I paradossi giuridici sono innumerevoli. A che titolo ieri è stata presentata la lista del Pdl, e quale lista era? Come potrebbe oggi recepirla positivamente la corte d’appello? Eppure teoricamente sarebbe possibile, come se i termini di presentazione fossero stati riaperti, cosa che a termini di decreto non è, anche perché il capo dello stato si è opposto duramente a un simile rattoppo.
Ma l’assurdità dell’iter soccombe di fronte al dato politico, riassunto con efficacia dal ministro degli interni Maroni quando la sentenza non era ancora stata emessa: se il Tar esclude la lista, aveva detto nel pomeriggio di ieri, il decreto non potrà farci nulla.
Qui c’è il punto politico, che forse alla fine si rivelerà il più duro e insuperabile. Riammesso Formigoni in Lombardia, alle forzature di Berlusconi viene a mancare la sponda della Lega. Fini non può più insistere oltre, per quanto la Polverini sia affar suo, pena la rottura di un asse con il Quirinale che già è stato messo a repentaglio venerdì.
Tutto questo non significa che Berlusconi cederà, naturalmente. Ha già dimostrato con l’assedio al Quirinale una feroce determinazione: fin dove potrà spingerla?
E il capo dello stato: negli ultimi tre giorni ha sofferto come mai dal momento della sua elezione, sentendo la delusione e l’incomprensione salire anche verso di lui – e con buone ragioni – da una metà del paese. Una velina di sinistra, nella giornata di ieri, accreditava la tesi di un Napolitano costretto venerdì a emanare il decreto praticamente sotto minaccia. Inaudito, incredibile: se fosse vero, in quella giornata davvero si sarebbe consumato, tecnicamente, un colpo di stato. Subìto dal capo dello stato senza denunciarlo, anzi accettandolo. Con queste ipotesi in circolo, è impensabile che il Quirinale possa da oggi concedere altro spazio a ulteriori tentativi governativi. Anzi, c’è da aspettarsi un invito fermo a chiudere con polemiche e recriminazioni, per salvare ciò che c’è di salvabile nella campagna elettorale.
Il centrosinistra, infine. Ha sbandato fra sacrosanta indignazione, tentazioni aventiniane e una difesa del Quirinale comprensibile ma oggettivamente contradditoria. Ora si ritrova dalla parte della ragione, a ruoli invertiti. Deve rimanerci, con calma e fiducia in se stesso e nella giustizia: volendo, anche questa è una prova di governo.

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Politica
7 marzo 2010
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Dove Berlusconi ha portato Napolitano
Sul Corriere di oggi, Alessandro Trocino mi cita come uno di quelli che esprimono il latente disagio esistente nel Pd nei confronti di Napolitano. Cita un mio post su Facebook: «Ho letto le spiegazioni di Napolitano, capisco i dirigenti del Pd che lo difendono ma stavolta rispettosamente proprio non concordo».
Non so se questa posizione è davvero espressiva di un sentimento latente nel Pd. Comunque è esattamente come la penso io.
È chiaro che aver messo Napolitano in mezzo, esponendolo alle critiche del centrosinistra, è la terza grande vittoria di Berlusconi in questa vicenda: è riuscito a recuperare le sue liste, ha lanciato al suo campo l'ennesimo messaggio da salvatore della patria, e tutto questo lo sta facendo pagare al presidente della repubblica "comunista".
Proprio questo esito mi conferma che stavolta il presidente della repubblica "comunista" ha sbagliato qualcosa. Mi interessa parlarne non perché questo offuschi l'ignominia di quanto fatto da Berlusconi, ma perché mentre Berlusconi per me è nulla, invece Napolitano è, è stato e rimarrà il mio presidente, il presidente della mia repubblica e di quella di tutti.
Il decreto non andava firmato. I dirigenti del Pd, molto fermi su questa linea, esentano Napolitano da ogni responsabilità perché sostengono che il capo dello stato non poteva entrare nel merito ma solo fare una valutazione di costituzionalità
Qui c'è un primo problema, la costituzionalità appunto, che secondo Anna Finocchiaro «c'è di sicuro» e secondo molti altri, per lo più costituzionalisti, francamente no: questo decreto fa esattamente cià che la Costituzione proibisce espressamente ai decreti, cioè regola la materia elettorale. Poche storie, è evidente che sia così.
Poi purtroppo è la stessa ricostruzione proposta dal Quirinale sul proprio sito a dimostrare un altro punto debole della difesa presidenziale (come del resto raccontano da giorni tutte le cronache, senza alcuna smentita): Napolitano è intervenuto eccome sul merito, anzi i tecnici della presidenza della repubblica hanno lavorato per tutta la giornata di venerdì con quelli di palazzo Chigi per individuare la soluzione "accettabile". Dunque non è solo alla forma, ma anche al contenuto del decreto, che il Quirinale fornisce il proprio avallo.
Non è neanche una novità, del resto: è da quando la legislatura è iniziata che, per porre un freno alle follie legislative berlusconiane, il Quirinale è costretto a entrare nel merito, discutere, limare, con ciò alterando le funzioni della carica. A fin di bene, si intende. Ma in modo sostanziale.

A questo punto il decreto che nè scaturito da questa che Berlusconi chiama amabilmente «collaborazione istituzionale» è – come è stato notato – per gli obiettivi del capo del Pdl perfino meglio di quello "inaccettabile" che aveva proposto a Napolitano giovedì.
Non seguirò mai Di Pietro nella sua strumentale e irresponsabile campagna per l'impeachment di colui che considero tuttora un uomo di garanzia assoluta. Ma non facendo il mestiere del politico, posso tenere ferma la mia onestà intellettuale e pensare e dire che Napolitano stavolta ha proprio sbagliato.
Aver portato la presidenza della repubblica su questo terreno è per me un ulteriore crimine di questo scellerato che ci governa, o meglio che governa la sua parte di italiani.
Non sembri un paradosso, ma è anche nel nome di Napolitano che bisogna mobilitarsi nei prossimi giorni, fino alla manifestazione di sabato 13 e oltre, soprattutto fino a questo voto del 28 che a questo punto sarà davvero un giudizio popolare sulla moralità di un ceto di potere.
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Politica
6 marzo 2010
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Una rottura tra Napolitano e il paese
Il capo dello stato ha emanato il decreto del governo che cambia in corsa le regole elettorali.
È una sua responsabilità, se l'è assunta.
È chiaro che da oggi si apre una frattura fra la più alta carica dello stato e una parte d'Italia che fatica a sentirsi garantita. Dal governo, dalle leggi, e purtroppo anche da lui.
È una ferita molto profonda, non so come farà Napolitano a rimarginarla.
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Politica
5 marzo 2010
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Presidente, questo è inaccettabile
La nostra fiducia in Giorgio Napolitano è assoluta e lo è stata sempre, anche quando dal centrosinistra si alzavano voci di critica e di delegittimazione.
Il capo dello stato lo ha fatto capire nelle ultime ore, mentre sbracati e disperati si appellavano a lui dal centrodestra: senza il consenso delle opposizioni non si cambiano le regole elettorali. Giusto, sacrosanto. Né cambiarle, aggiungiamo ora, né interpretarle.
Le correzioni ad listas elaborate ieri dagli azzeccagarbugli di palazzo Chigi/Grazioli saranno pure state sottoposte preventivamente al Quirinale (speriamo che non sia andata così perché vorrebbe dire che ormai è invalsa un’altra prassi a-costituzionale fra i poteri), ma rimangono un’umiliazione per la certezza del diritto. Tanto più che sono state scritte a poche ore dalla pronunzia di due tribunali amministrativi chiamati a decidere – estrema beffa – proprio da ricorsi del centrodestra.
Qui c’è un primo vulnus che il capo della magistratura non può accettare: lo stravolgimento mentre l’esame delle corti è in corso. E poi ci sono i diritti violati di tanti altri concorrenti esclusi, non ripescati perché loro non meritano alcuna interpretazione governativa.
Motivi seri per ritenere che Napolitano non possa esprimersi a favore, certo non prima delle pronunzie dei Tar. Le voci che ieri sera affermavano il contrario (firma, e firma subito) ci allarmano e ci intristiscono. 

Purtroppo nel paese dell’arbitrio e degli atti di forza ogni cosa appare possibile, e in effetti lo è. Mentre scriviamo dobbiamo anche prendere in considerazione l’ipotesi che questo inedito assoluto nella storia patria – la legge elettorale cambiata a campagna iniziata – possa passare.
Dovesse accadere, pur senza esasperazioni verbali, l’opposizione dovrà farsi sentire ad altissima voce, senza sconti per nessuno.
Poi però – già nella campagna elettorale, ma soprattutto dopo – ci sarà da lavorare sulle conseguenze politiche di questa vicenda, quelle che potremmo definire “permanenti”. Sono tutte di grande interesse e si proiettano su tre anni restanti di legislatura tutt’altro che tranquilli, come invece li si voleva descrivere.
Il dato macroscopico è che mentre nel centrodestra la maionese impazziva per l’incompatibilità dei suoi ingredienti, il centrosinistra si riscopriva miracolosamente solido dal punto di vista organizzativo (nessun incidente sulle liste), con una discreta coesione interna al Pd (circostanza non scontata) e un accenno di gioco di squadra fra alleati.
Democratici, dipietristi, radicali e Udc: ognuno sta giocando a modo suo e per sé, ma fino a ieri sera (quando in extremis è parso di vedere qualche soccorritore) nessuna sponda era stata offerta alla maggioranza in difficoltà.
Questo fatto non va sottovalutato perché potrebbe recare con sé due novità importanti: una maggiore fiducia in se stessi nei gruppi dirigenti, e finalmente una maggiore stima da parte di elettori e simpatizzanti. Risorse essenziali nella campagna elettorale. Fin qui scarse, almeno dalle parti del Pd, dunque da non compromettere con eccessi di furbizie dai quali infatti Bersani s’è tenuto alla larga.
Guardando ai due schieramenti, l’impressione che danno in questo momento è opposta, come è stato colto anche dall’ormai famoso editoriale di Galli della Loggia. Per quanto riguarda il Pdl, anche i giornali di area parlano apertamente di fine della storia, di scioglimento imminente, di resa dei conti inevitabile. Se poi davvero – come risulta ai sondaggisti contattati oggi da Europa – i risultati elettorali dovessero portare il Pdl sotto la quota minima delle Europee 2009 e fargli mancare l’obiettivo delle Regioni alle quali mira, la deflagrazione sarebbe massima.
Che il golpe elettorale di Roma e Milano riesca o meno, il centrodestra è comunque il fronte che rischia di più il 28 marzo. Volendo essere pignoli, si potrebbe al massimo osservare che al Pd, per riproporsi pienamente come forza di governo nazionale, serve ancora tempo e non sarebbe d’aiuto la instabilità del quadro politico (quale lo tsunami sull’intero sistema di un eventuale disfacimento del Pdl?). Ma è ancora presto per porsi certi problemi.

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Politica
5 marzo 2010
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Save Renata
Alla fine finirà a ridere, ma con la Bonino alla Regione. Speriamo

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Politica
4 marzo 2010
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Forse un piccolo golpe, di sicuro un'enorme figuraccia
Scriviamo quando mancano ancora ore alla riunione straordinaria del consiglio dei ministri. Ma due punti essenziali sono chiari.
Il Partito democratico non accetta trattative, scambi, neanche discute di “soluzioni politiche” prima che i Tar si pronuncino.
Giorgio Napolitano alza un muro di legalità, rispetto delle regole e delle attribuzioni. Non può consentire che la giustizia penale e amministrativa venga cancellata, non può permettere raid e prove di forza (tanto meno dal governo, per decreto) sul terreno più delicato di tutti in democrazia: le elezioni.
Questo significa una sola cosa. Significa che qualsiasi forzatura Berlusconi volesse tentare per rimediare al disastro perpetrato dagli inetti del Pdl, essa dovrà essere condotta contro il capo dello stato, contro l’opposizione, contro il parlamento, contro la legge e contro la Costituzione.
Se mai in Italia siamo andati vicini a una specie di colpo di stato, è in questo momento.
Come capita spesso, la fragilità di un sistema di potere ossessivamente accentrato si rovescia in tentazione autoritaria. Diremmo golpista (molti lo diranno), ma su Europa abbiamo sempre evitato di banalizzare concetti gravi, carichi di storia e di significato.
Proprio perché pensiamo ancora che l’Italia non sia un regime (strano regime sarebbe, pasticcione e goffo), l’unica strada percorribile che vediamo è l’attesa della pronunzia delle corti, che si sono dette disponibili a sedute straordinarie e che – parlando dei Tar – si sono spesso mostrate sensibili alle esigenze della politica.
È il Pdl, in preda al panico, che non si fida più di nulla se non dei poteri coercitivi e miracolosi di Berlusconi. Ma già il ministro degli interni ha pronunciato parole molto impegnative per il proprio onore: non ci sono le condizioni per intervenire a partita elettorale aperta.
In questo momento le elezioni in tutta Italia – e la presenza essenziale di uno dei competitori, messa però a rischio solo in Lombardia – sono appese al rimedio che si cercherà di dare all’inettitudine e al disprezzo delle regole mostrati dagli uomini di Berlusconi.
Comunque vada a finire, questa macchia gli deve rimanere addosso, incancellabile.

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Politica
3 marzo 2010
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Comunque vada, questo Pdl finisce qui
Ridotti a sperare nella benevolenza di due corti amministrative. A sperare nei magistrati. Che cos’altro dire del Pdl, del centrodestra, di Berlusconi? Che comunque vada a finire questa vicenda – comunque, anche nel caso per certi aspetti auspicabile che in Lombardia possa svolgersi una vera competizione – le elezioni regionali segnano un punto di non ritorno.
Nulla sarà più come prima nella maggioranza che governa l’Italia. Una bizzarra coincidenza, chiamiamola così, ha creato tanto clamore intorno al famoso editoriale di Galli della Loggia: in realtà, al di là delle modalità della sua pubblicazione sul Corriere, le parole e gli argomenti che vi sono contenuti rappresentano una pietra miliare nel rapporto di Berlusconi con il paese. La presa d’atto (con toni da alta denuncia) del fallimento del ciclo berlusconiano nell’impresa di costruire una classe dirigente non diciamo neanche moderna ed efficiente, ma mimimamente affidabile.
Il fallimento si legge oggi nella derisione e nella rabbia che salgono dal popolo della destra verso i propri dirigenti (beffardo contrappasso, dopo tante amarezza analoghe sopportate nel centrosinistra).
Non sarà cancellato né dalla dura mobilitazione politica delle prossime ore. Né dalle sentenze dei Tar (sui quali sono in corso pressioni micidiali, e come Europa spiegava ieri trattasi di corti molto più esposte al condizionamento politico rispetto a quelle della giustizia ordinaria). Il fallimento non sarà cancellato neanche dal recupero di questa o quella lista: il danno all’immagine e alla sostanza del progetto Pdl è irrimediabile, e la destra può prendersela solo con se stessa.
Berlusconi sarà il primo a prenderne atto, se non altro per anticipare un “liberi tutti” che sembra imminente. La sua decisione di tirarsi fuori per ora dalla campagna elettorale suona minacciosa.
Fino all’altroieri si diceva che i prossimi tre anni, «senza altre elezioni», avrebbero finalmente portato stabilizzazione e forse riforme. Andrà esattamente al contrario.
Le elezioni e la lotta per tenere o conquistare il potere erano l’unico collante di un centrodestra ormai sfrangiato. Se non funzionano più neanche le elezioni, non li terrà insieme più nulla.

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Showbiz
2 marzo 2010
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Che esagerazione intorno ai talk show
I passacarte che rappresentano il centrodestra nel consiglio d’amministrazione Rai hanno guadagnato ieri la pagnotta scaricando sul parlamento la colpa dell’oscuramento dei talk show televisivi nel mese elettorale. Basterebbe l’umiliazione alla quale loro e il loro direttore generale si sottopongono volontariamente, senza bisogno di aggiungere commenti. Neanche le aziende di stato sovietiche erano così supine ai voleri governativi, anzi almeno laggiù in nome dell’emulazione socialista si cercava di produrre di più, non di cancellare le proprie produzioni.
Un altro tassello si va ad aggiungere a questo straordinario caso-Italia, ormai di studio nel mondo. L’unico paese democratico nel quale non si sia capaci di presentarsi alle elezioni e vengano proibiti i dibattiti politici nel momento di massima attenzione popolare.
Detto questo, appare eccessiva l’enfasi da crociata che si è alzata intorno ai conduttori messi a tacere dalla Rai. La vicenda è ridicola, grottesca, anche grave. Ma piangere sulla democrazia compromessa e sulle libertà fondamentali conculcate vuol dire assegnare a Vespa, Santoro, Floris e Paragone un carico troppo pesante anche per le loro solide spalle.
Con quel che succede in Italia, e quel che passa l’informazione tv, non saranno venti giorni senza Ballarò a farci precipitare nella barbarie, né del resto venti giorni di Ballarò (o Porta a porta, o Annozero) hanno fin qui salvato la sostanza o la forma della nostra democrazia.
Il culto della personalità intorno ai conduttori televisivi, di cui la carta stampata è grandemente corresponsabile, è rischioso perché sposta l’attenzione rispetto ai doveri generali del servizio pubblico tv. Che è di qualità bassa non solo per responsabilità dei passacarte di viale Mazzini, ma anche perché l’autostima e l’orgoglio professionale dei giornalisti sono sempre o troppo bassi, o troppo alti.  
Ps. Si potrebbe pensare che questa posizione di Europa sia influenzata dal fatto che quando una vera lesione democratica era in corso e decine di giornali rischiavano la chiusura definitiva per un diktat governativo, non una sola parola sul tema è stata spesa dai conduttori-angeli della libertà, né dai loro ospiti. Beh, chi lo pensasse avrebbe qualche ragione.

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Politica
1 marzo 2010
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Questo casino lo paga Alemanno
Dicono che il vero perdente della farsa del Pdl romano sarebbe Fini, che era già nel mirino di Berlusconi per aver imposto la candidatura della scarsa Polverini. La Polverini in effetti si sta dimostrando al di sotto delle aspettative, fenomeno televisivo che si sgonfia a contatto con la realtà. Ma l’impressione è che in queste ore il vero colpo, ai limiti del panico, sia arrivato in Campidoglio. E che l’agitazione scomposta di Gianni Alemanno designi in realtà la prima vera vittima di questa pochade comica e drammatica.
Il sindaco vede naufragare le sue ambizioni nazionali nel gorgo di un Pdl romano che, comunque vadano le cose per la lista elettorale, si conferma congrega di bande una contro l’altra armate.
Da quando c’è l’elezione diretta, il sindaco di una città è chiamato al ruolo di leadership sul proprio retroterra politico. Tanto più quando lo voglia utilizzare come trampolino di lancio.
Già Alemanno aveva dovuto subire la scelta della Polverini, affannandosi per affiancarle se non altro la moglie Isabella. Ora rischia di trovarsi con le molte correnti del Pdl sconvolte dalla mancata elezione di decine di personaggi che avevano investito tutto (in ogni senso) nella corsa alla Pisana. I contraccolpi di un simile evento non potrebbero che colpire una amministrazione capitolina già in crisi nera di consensi e assolutamente ferma nel governo della città, con una maggioranza politica improvvisamente in balia di Storace e dell’Udc locale.
Alemanno ha la percezione precisa del rischio che sta correndo. Per questo si agita («strampalati appelli al Quirinale», come li ha definiti il Corriere, vertici da Berlusconi, comizi in piazza), abbandonando le vesti di sindaco di tutti i romani: una scelta obbligata che però può anch’essa ritorcersi in danno contro di lui.
A neanche due anni da un’elezione che doveva cambiare i connotati di Roma e battezzare un leader nazionale, si può già ragionare sulla fine ingloriosa di un’esperienza, e sull’alternativa da costruire.

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Politica
25 febbraio 2010
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lega bossi padania pdl berlusconi fini casini pd bersani regionali napolitano
Tra un mese comincia la secessione
I risultati delle regionali saranno importanti per molti aspetti, ma al Nord potrebbero segnare un evento politico di prima grandezza, per certi aspetti storico. In Veneto e in Lombardia il dato storico rischia di essere l’assunzione dei pieni poteri da parte della Lega. Un passaggio difficilmente reversibile in tempi brevi. Al controllo di comuni e province, i leghisti aggiungeranno la conquista piena del Veneto – col voto per il partito e la presidenza a Zaia – e un rovesciamento delle parti in Lombardia: emorragia fortissima di voti dal Pdl (si prevede un elettore su cinque) e dura ipoteca sulla presidenza Formigoni.
C’è da aggiungere che se anche la corsa di Cota in Piemonte non risultasse vincente, anche nel Nord-ovest la leadership consegnata dalla destra alla Lega appare in tempi brevi difficilmente revocabile.
Tanti fattori spingono in questa direzione. Innanzi tutto l’aria pesante da nuova Tangentopoli. Poi l’aborto del progetto Pdl, frammentato in decine di feudi che rendono poco credibili e incontrollabili (quindi permeabili alle infiltrazioni) liste e dirigenze locali. Infine l’arrendevolezza fin qui dimostrata da Berlusconi nei confronti di Bossi: il prezzo della stabilità a Roma (la poca che c’è) è la resa incondizionata al Nord. Soltanto in Piemonte i cedimenti di Berlusconi non corrispondono alla resa della politica tutta, perché lì l’argine Pd-Udc tiene.
Tra un mese potremmo dunque trovarci con un pezzo del progetto leghista originario – quello dei primordi, dell’età rivoluzionaria – portato a termine.

Bossi può finalmente avere allo stesso tempo il controllo politico e amministrativo del “suo” territorio, l’egemonia sostanziale anche sul piano del messaggio pubblico, un potere di condizionamento a livello nazionale paragonabile a quello delle formazioni regionaliste spagnole o addirittura tedesche (modello Csu).
Alla luce di una simile prospettiva, tante cose appariranno sotto una luce diversa.
Innanzi tutto occorrerà riconsiderare le preoccupazioni di chi (fin qui inascoltato) torna a guardare dentro la Lega nord, nel suo dna profondo, nei suoi propositi storici, a cominciare da quello enunciato al primo punto del suo statuto: «La nostra finalità è l’indipendenza della Padania e il suo riconoscimento come Repubblica indipendente e sovrana».
Con le liste padane al 39 per cento in Veneto e al 25 in Lombardia, l’obiettivo roboante suona già un po’ più concreto. L’appello ai presidenti delle camere pubblicato da Europa in novembre torna di inquietante attualità: la violazione costituzionale di quell’articolo statutario non è più solo accademia, quando chi ha scritto quelle parole ha ormai tanto potere. E assumono un significato più preciso anche i reiterati appelli di Napolitano alla difesa dell’unità nazionale.
Si può dire qualsiasi cosa di Berlusconi, del suo efficace arroccamento politico, delle sue residue prospettive. Certo è che non sarà lui l’uomo in grado di fermare la macchina bossiana, ammesso che lo volesse. Tanto meno potrà farlo il Pdl, che anzi della marea leghista è la vittima designata. Le tre persone che ieri si sono viste a pranzo (e l’hanno fatto sapere) ne sono tutte consapevoli: Fini, Casini, Pisanu. Per adesso, e fino a prova contraria, rappresnetano la somma di tre impotenze, al massimo il tentativo di smarcarsi da un fallimento imminente.
Come è noto, il Pd dalla Lombardia al Veneto è poco più di pura resistenza. La questione leghista rimane sospesa, tra i dirigenti democratici, fra l’antico disegno (e anche qualcosa di più) di usare i padani in chiave anti-berlusconiana, e la paura che l’avversario del futuro possa essere molto più Bossi dello stesso Berlusconi. Bersani negli ultimi tempi è sembrato propendere per questa seconda tesi. Ma quale interlocutore bisognerà scegliere, se e quando arriverà il tempo di cambiare legge elettorale e fare qualcuna delle riforme istituzionali di cui tanto si parla?
L’impressione è che il tempo dei calcoli e dei giochi di sponda si avvii a scadere. Nel frattempo, a forza di parlarne, la secessione da spauracchio remoto comincia a farsi pura e semplice realtà fattuale.

permalink | inviato da stefano menichini il 25/2/2010 alle 23:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


Politica
24 febbraio 2010
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berlusconi tangenti pdl pd bersani
Da B. un messaggio vincente, ma vecchio
L’operazione è ogni volta la stessa, e va detto che ha funzionato quasi sempre. Qualunque sia il momento politico, comunque vadano in quel momento le sue fortune personali o politiche, che sia in maggioranza o all’opposizione, all’inizio di ogni campagna elettorale Berlusconi alza il volume al massimo e manda in onda la medesima tiritera: c’è una scelta di campo da fare, o state con me o state coi comunisti, di qui i buoni e di là i cattivi eccetera.
La reiterazione ossessiva dello stesso identico messaggio elettorale dopo sedici anni non sorprende, e casomai conferma implicitamente che il Pdl è una scatola vuota, non esiste come soggetto politico collettivo e neanche come motore di raccolta del consenso. Ieri Berlusconi ha sentito il bisogno di fondare un ennesimo movimento di base («che risponda direttamente a me»), virtuale come tanti altri prima (i circoli, le fondazioni, i club) ma comunque sempre sostitutivo di un Pdl giudicato insufficiente, già inutilizzabile.
Stavolta però Berlusconi non deve imporre un messaggio mobilitante contro l’avversario politico. Deve fare molto di più. Deve sovrastare con le sue parole – anche per questo così roboanti – l’assordante fragore che sale dalle inchieste di ogni angolo d’Italia. Inchieste tutte serissime che hanno un gran pregio: non lo riguardano personalmente. Nessuna lo «aggredisce», per usare un’espressione cara. Tutte però illuminano, su un lato o su un altro, un colossale ed estesissimo sistema di corrutele e frodi compiute da personaggi compromessi e compromettenti non riconducibili a Berlusconi, ma sempre ammanicati con la politica, agevolati dalla politica, legati alla politica. E la politica in questo passaggio storico ha il nome e il cognome di Silvio Berlusconi.
Difficile allora che funzioni la vecchia chiamata alle armi contro i comunisti, quando casomai ci sarebbe da chiamare i cittadini alle armi contro una nuova Tangentocrazia. Berlusconi lo ha perfino intuito e ci ha provato (l’ipotesi di legge sulla corruzione). Ma stavolta, per la prima volta, c’è una parte in commedia che proprio non si adatta alle sue doti recitative. Volesse provarci qualcun altro, per esempio Pier Luigi Bersani?

permalink | inviato da stefano menichini il 24/2/2010 alle 23:42 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0)


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