Sul
Corriere di oggi, Alessandro Trocino mi cita come uno di quelli che esprimono il latente disagio esistente nel Pd nei confronti di Napolitano. Cita un mio post su Facebook: «Ho letto le spiegazioni di Napolitano, capisco i dirigenti del Pd che lo difendono ma stavolta rispettosamente proprio non concordo».
Non so se questa posizione è davvero espressiva di un sentimento latente nel Pd. Comunque è esattamente come la penso io.
È chiaro che aver messo Napolitano in mezzo, esponendolo alle critiche del centrosinistra, è la terza grande vittoria di Berlusconi in questa vicenda: è riuscito a recuperare le sue liste, ha lanciato al suo campo l'ennesimo messaggio da salvatore della patria, e tutto questo lo sta facendo pagare al presidente della repubblica "comunista".
Proprio questo esito mi conferma che stavolta il presidente della repubblica "comunista" ha sbagliato qualcosa. Mi interessa parlarne non perché questo offuschi l'ignominia di quanto fatto da Berlusconi, ma perché mentre Berlusconi per me è nulla, invece Napolitano è, è stato e rimarrà il mio presidente, il presidente della mia repubblica e di quella di tutti.
Il decreto non andava firmato. I dirigenti del Pd, molto fermi su questa linea, esentano Napolitano da ogni responsabilità perché sostengono che il capo dello stato non poteva entrare nel merito ma solo fare una valutazione di costituzionalità
Qui c'è un primo problema, la costituzionalità appunto, che secondo Anna Finocchiaro «c'è di sicuro» e secondo molti altri, per lo più costituzionalisti, francamente no: questo decreto fa esattamente cià che la Costituzione proibisce espressamente ai decreti, cioè regola la materia elettorale. Poche storie, è evidente che sia così.
Poi purtroppo è la stessa ricostruzione
proposta dal Quirinale sul proprio sito a dimostrare un altro punto debole della difesa presidenziale (come del resto raccontano da giorni tutte le cronache, senza alcuna smentita): Napolitano è intervenuto eccome sul merito, anzi i tecnici della presidenza della repubblica hanno lavorato per tutta la giornata di venerdì con quelli di palazzo Chigi per individuare la soluzione "accettabile". Dunque non è solo alla forma, ma anche al contenuto del decreto, che il Quirinale fornisce il proprio avallo.
Non è neanche una novità, del resto: è da quando la legislatura è iniziata che, per porre un freno alle follie legislative berlusconiane, il Quirinale è costretto a entrare nel merito, discutere, limare, con ciò alterando le funzioni della carica. A fin di bene, si intende. Ma in modo sostanziale.
A questo punto il decreto che nè scaturito da questa che Berlusconi chiama amabilmente «collaborazione istituzionale» è – come è stato notato – per gli obiettivi del capo del Pdl perfino meglio di quello "inaccettabile" che aveva proposto a Napolitano giovedì.
Non seguirò mai Di Pietro nella sua strumentale e irresponsabile campagna per l'impeachment di colui che considero tuttora un uomo di garanzia assoluta. Ma non facendo il mestiere del politico, posso tenere ferma la mia onestà intellettuale e pensare e dire che Napolitano stavolta ha proprio sbagliato.
Aver portato la presidenza della repubblica su questo terreno è per me un ulteriore crimine di questo scellerato che ci governa, o meglio che governa la sua parte di italiani.
Non sembri un paradosso, ma è anche nel nome di Napolitano che bisogna mobilitarsi nei prossimi giorni, fino alla manifestazione di sabato 13 e oltre, soprattutto fino a questo voto del 28 che a questo punto sarà davvero un giudizio popolare sulla moralità di un ceto di potere.